Riconfigurare la tradizione: intervista a Iain Chambers

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Riconfigurare la tradizione: intervista a Iain Chambers

Intervistiamo Iain Chambers antropologo ed esperto di studi culturali ospite dell’ultimo talk di Strade di Vini a Castelvenere.


Abbiamo chiesto a Iain Chambers, docente di Studi culturali e postcoloniali all’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” ed autore di Mediterraneo Blues, di aiutarci a comprendere le mutazioni culturali in atto nelle aree interne chiedendoci da cosa partire e come riconfigurare il paesaggio rurale.

“Se ecologico nelle scienze sociali significa unione e connessione di tre piani, il soggetto, la relazione con l’altro e l’ambiente circostante” come tutto questo può incidere su un territorio e una comunità come quella di Castelvenere?

Penso, molto semplicemente, che questi termini ­– il soggetto, l’altro e l’ambiente – debbono messi in questione, nel senso che non si possono trattarli come concetti statistici e fissi ma sono da considerare come processi, perciò aperti ad una serie di declinazioni fluidi che fanno della tradizione un luogo di transito e di traduzione.

 

Strade di Vini vuole essere un progetto che interpreta le condizioni in atto e che guarda alla peculiarità del territorio con tutte le sue valenze tradizionali, culturali, paesaggistiche e artistiche, per lanciare la cosiddetta innovazione territoriale. Quali sono le modalità e i mezzi attraverso cui realizzare tutto questo?

Ovviamente l’idea di ‘territorio’ è flessibile e funziona su diverse scale. Oggigiorno diventa sempre più difficile indicare il confine tra il ‘locale’ e il mondo esterno. Se, ormai il ‘locale’ si regge in una rete economica e culturale che è anche trans- or inter-territoriale, dobbiamo affrontare il fatto che la specificità di un luogo e di un paesaggio galleggia in una serie di correnti storici e culturali che non sono mai solamente autoctoni.

Questa situazione rappresenta allo stesso tempo una minaccia e un’opportunità per il paesaggio locale: il locale può essere squarciato dalle forze apparentemente esterne, oppure può utilizzare i linguaggi in circolazione – dalla dimensione del nutrimento e della bio-diversità ai quella della tecnologia dei social media – per riconfigurarlo in modo da potere trovarsi in risonanze con realtà altrove e altrui.

 

Strade di Vini parte, da una tradizione e da un paesaggio vitivinicolo millenario, patrimonio della cittadina, per trasformarlo in una sorprendente opportunità di sviluppo, non solo economico, ma soprattutto culturale, per creare un territorio responsabile e consapevole, che concepisca il binomio territorio e arte come indispensabile per la propria crescita. L’ecomuseo potrebbe portare questo sviluppo atteso? Coinvolgere i giovani e offrire delle prospettive di formazione e di lavoro?

L’arte in tutte le sue varianti, inserita nel contesto di Strade di Vini, serve soprattutto per disseminare una serie di intervalli e interrogazioni in grado di interrompere il senso consueto. In questa maniera, diventa possibile proporre dei momenti e degli spazi critici dove gli abitudini sono esposti a domande inaspettate che ci spingono a ripensare i nostri percorsi individuali e collettivi.

 

Castelvenere è una comunità variegata, dove la presenza di viticoltori è molto forte, coadiuvata da storici locali che si pongono come obiettivo quello di raccontare la storia e lo sviluppo identitario del paese. Come potrebbero essere invogliati i giovani a continuare l’attività vinicola di famiglia o a investire per dare vita a nuove iniziative in questo settore?

Per rispondere a questa domanda dovrei conoscere la realtà immediata e specifica di Castelvenere; tuttavia penso che gli attori stessi debbono essere i primi a rispondere alla sfida intesa in questo tipo di interrogazione…

 

La carta internazionale degli ecomusei definisce l’ecomuseo come “un istituzione culturale che assicura in forma permanente, su un determinato territorio e con la partecipazione della popolazione, le funzioni di ricerca, conservazione, valorizzazione di un insieme di beni naturali e culturali, rappresentativi di un ambiente e dei modi di vita che vi si sono succeduti”. L’istituzione di un ecomuseo nella comunità rurale di Castelvenere può contribuire alla ricostruzione identitaria del paese in modo nuovo, strategico e contemporaneo? Può portare benefici? E quali sono le condizioni affinché tutto ciò avvenga?

Di nuovo, penso che sia importante capire che l’identità è sempre in via di elaborazione, essendo un processo storico e culturale non posso pensarla come qualcosa che è tramandata in forma fissa e stabile dal passato e da una tradizione ammuffita. Come realtà dinamica, si tratta di una configurazione mobile, una vita sempre in conversazione con un passato per disegnare un futuro diverso.

Qui, spesso, c’è la necessità anche di operare un taglio sulla propria tradizione, di interromperla per creare l’opportunità di inserirla e ripensarla in una configurazione culturale emergente che tira fuori le sue energie e le sue prospettive anche dalle proposte che arrivano dall’altrove, pronte per essere tradotte in pratiche locali. Alla fine, il mondo, la modernità e tutte le sue istanze locali e specifiche fanno parte di una costellazione mobile, mutevole e migrante.

 

 

 

 

 

 

 

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