Strade di Vini intervista l’architetto Nicola Flora

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Strade di Vini intervista l’architetto Nicola Flora

Per l’ultimo talk di Strade di Vini abbiamo intervistato Nicola Flora architetto e docente presso l’università Federico II di Napoli per l’ultimo talk di Strade di Vini.


Negli ultimi anni si è conferita una rilevanza politico – culturale al paesaggio e attraverso la convenzione europea si è sancito che la questione paesistica non riguarda solo alcune zone di pregio, ma l’intero territorio e quindi anche le aree rurali. Questo non implica una semplice dilatazione spaziale del campo di osservazione, ma costringe a ripensare il rapporto tra paesaggi e territori. Come si può ridefinire, allora, la territorialità del paesaggio? E come si concilia la trasformazione paesaggistica di un territorio, ad esempio quello di Castelvenere, con i valori identitari locali?

Si concilia se si accetta che i valori che insieme una comunità definisce come propri ed identitari (e non è a mio parere cosa ovvia) siano considerati come non immobili, ma fonte di vita reale, quindi inseriti nel divenire del contemporaneo. Quindi qualcosa che possa trasformarsi, reinventarsi. D’altra parte nell’etimo della parola “tradizione” è contenuto sia il concetto di “trasportare” (nel tempo e nello spazio) che di “tradire”.

I valori cosiddetti identitari (cioè che definisco la parte fondante del proprio sé) se derivano dalla tradizione debbono essere spostati e traditi, altrimenti saranno uccisi. Il paesaggio trarrà alimentato da questi valori solo se saranno vivi, non meri atti normativi, tanto meno se sterili tributi ad una supposta originaria ed immobile “tradizione”.

 

Strade di Vini è un progetto di ri – reazione del paesaggio rurale che persegue l’obbiettivo di ripartire dall’ambiente e dal paesaggio come base su cui costruire le scelte di trasformazione del territorio. A Castelvenere il paesaggio rurale è, fondamentalmente, creato dai viticoltori ed è un elemento di identità e di reputazione. Quale significato assume in questa prospettiva, la trasformazione innovativa del paesaggio e quanto la conservazione dei valori identitari è importante?

La trasformazione del paesaggio esteriore deve fare forza sulla costruzione del paesaggio interiore. I caratteri identitari, che coinvolgono relazioni tra persone, persone e territorio fisico, persone e lasciti delle culture materiali precedenti, sono sempre soggetti alla percezione del loro valore che ogni tempo ne ha.

La vera sfida è quella di far crescere la conoscenza, che è base dell’autoconsapevolezza sociale di un gruppo ampio, e solo questa via può avere delle ricadute sul presente. Altrimenti sono feticci, fantasmi, che nulla possono dare al presente, tanto meno al futuro. La forma del paesaggio (in senso lato) è sempre una eco della forma del paesaggio interiore: se quello è arido, questo che vediamo non potrà mai essere migliore.

 

La difesa dei valori paesistici a sostegno dell’innovazione e dello sviluppo di una comunità, come quella vennerese, non può evitare di fare riferimento a un progetto sociale (portato avanti anche attraverso forme artistiche), fondato sulla percezione e sull’attesa della comunità e degli attori locali. Strade di Vini vuole essere un progetto che posa le sue basi sulla comunità locale per dare vita ad attività co-create e partecipate. In questo caso, quali sono le relazioni, interne ed esterne, che la comunità può mettere in atto? E come può dialogare con il territorio?

Non conosco a sufficienza la comunità di Castelvenere, quindi non posso che essere generico. Io sono originario della terra sannita, a cavallo tra Campania e Molise, e credo che pur con molte differenze interne qualcosa accomuni queste comunità: la consapevolezza del proprio valore che viene da lontano, e al contempo un certo senso di inferiorità e soggezione rispetto a centri costieri e di riferimento, come Napoli ovviamente.

La crescita per me viene dall’apertura, dal confronto, dalla contaminazione e dalla conoscenza di cosa sono e di cosa di diverso da me possiede chi viene da fuori, che se è portatore di altri punti di vista non potrà che ampliare la mia percezione e così aiutarmi a guardare con occhi nuovi il territorio non più solo mio, ma nostro a quel punto. Quindi bene fate a aprirvi all’arte che è una via maestra in questo senso.

C’è bisogno di costruire nuovi immaginari, immettere nuovo alimento a forme che se non partecipate saranno sempre esteriori ed effimere. E ascoltare, accogliere il diverso ed il migrante perché è ricchezza: e su questa strada in questi territori c’è molto da fare. Per co-creare bisogna avere interesse per il diverso da sé. Altrimenti si può solo replicare il già visto: e questo è il segno della fine.

 

Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da un interesse crescente per il paesaggio rurale e numerosi settori (sociologia, antropologia, etnografia, storia dell’arte e museologia) ne hanno fatto un vero e proprio oggetto di studi. Perché è importante il paesaggio rurale e come si può certificare il suo valore?

E’ importante perché come molti territori lontani dai “centri”, i paesaggi rurali sono ricchi di tracce non espresse, socialmente, culturalmente, formalmente. Io sono un architetto, un progettista, un docente che cerca di insegnare a immaginare futuro nell’arte dell’architettura. Le posso assicurare che da quando ho smesso di inseguire il centro e mi sono avvicinato alle periferie culturali (definizione che viene sempre dai “centri” che hanno bisogno di quelle che chiamano “periferie” per identificarsi) la mia capacità di immaginare forma è cresciuta. E badi che periferie non sono solo quelle vicine, ma anche lontane.

A volte ci sono addosso, sono interne ai “centri”, a volte, d’improvviso, la storia le fa divenire per caso “centri”. Pensi solo alla Norvegia (che ho studiato sin dal 1990): fino al 1975 era periferia dimenticata del mondo; oggi, grazie all’accidente del ritrovamento del petrolio, è un nuovo centro cui tutti devono rivolgersi. Mai dire mai!

 

I settori che si sono attivati nello studio del paesaggio e della ruralità sono tanti. Le differenti politiche di settore come possono influire sullo sviluppo territoriale e comunitario di un paese come Castelvenere?

Se verranno dal basso si. Se saranno le solite “furberie” di chi amministra, sia centralmente che localmente, per usare linee di finanziamenti nazionali o europei affidandoli alle solite logiche spartitorie (che in genere prevedono potentati locali di diversa natura ad essere sempre attori di queste azioni) allora sarà una ennesima occasione persa.

Per certi versi bisogna sperare che ci siano pochi soldi, ma costanti. Forse questo distrarrà i soliti noti e darà il tempo a “piante” ancora deboli di crescere e rafforzarsi. Bisogna sperarlo fortemente. E lavorare dal basso, nelle scuole, con calma. E sempre mescolandosi. Quindi anche Castelvenenere da sola non può fare molto, ma deve diventare parte di un sistema reale, non di facciata o momentaneo o casuale. Io ve lo auguro, anzi: me lo auguro, da sannita.

 

Strade di Vini parte, da una tradizione e da un paesaggio vitivinicolo millenario, patrimonio della cittadina, per trasformarlo in una sorprendente opportunità di sviluppo, non solo economico, ma soprattutto culturale, per creare un territorio responsabile e consapevole, che concepisca il binomio territorio e arte come indispensabile per la propria crescita. L’ecomuseo potrebbe portare questo sviluppo atteso? Coinvolgere i giovani e offrire delle prospettive di formazione e di lavoro?

Non voglio ripetermi, ma certo si a patto che sappiate far diventare questo (l’ecomuseo) una prima vera occasione per fare sistema con la serie di territori che come voi hanno questa ricchezza (non siete i soli) e se saprete costantemente innovare, mescolare, immaginare forme per un futuro nuovo ed inedito, sostenibile e locale ma sempre consapevole e globale. E mi auguro che facciate in modo che nasca non da una “firma” , ma dal basso, possibilmente dai più giovani, sempre che abbiano forze e competenze e non solo siano “dei vostri”. Altrimenti sarà il nulla.

 

 

 

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