Intervista a Leandro Pisano, curatore della residenza di Strade di Vini

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Intervista a Leandro Pisano, curatore della residenza di Strade di Vini

Una chiacchierata con Leandro Pisano, critico e curatore della residenza di Strade di Vini. 


Al termine dal talk di apertura di Strade di Vini «Nuove mappe del territorio attraverso il modello transmediale» ci siamo trattenuti a con il Leandro Pisano a cui abbiamo chiesto di raccontarci la sua visione del rapporto tra innovazione e aree rurali.

 

La simbiosi tra arte, natura ed ecologia in stretta connessione con il sociale quanto è importante per lo sviluppo di una comunità rurale e come può essere messa in atto?

L’arte rappresenta uno strumento fondamentale nell’ambito dei processi di rilettura del territorio rurale in atto in questi anni, grazie anche ad una nuova attenzione che viene dedicata ai territori rurali, ma in generale anche di quelli marginali e periferici, nell’epoca contemporanea della postglobalità. Penso anche, per esempio, all’attenzione che viene data in architettura ai territori residuali, come accade nel «Manifesto del terzo paesaggio» dell’architetto paesaggista francese Gilles Clément.

In sostanza, l’arte rappresenta uno strumento critico potente che permette di interrompere il flusso lineare della storia rispetto alla visione della ruralità legata ai concetti geografici di centro e periferia e, dunque, dei territori rurali come elementi marginalizzati nell’ambito di questa dialettica, così come avviene nella prospettiva della modernità. Nello stesso tempo, l’arte consente di interrogare il senso del mondo aprendo nuovi spazi critici, di discussione, riconfigurando gli stessi territori rurali come luoghi eterotopici, come direbbe Michel Foucault, offrendo la possibilità di ridisegnare il senso di appartenenza al territorio stesso e di ripensare quella che è la configurazione storico culturale del mondo rurale.

Nell’ambito dell’emersione di questi nuovi spazi critici aperti dall’arte, ovviamente, la relazione tra arte, natura ed ecologia diventa un elemento centrale di discussione in riferimento al territorio e alle comunità rurali stesse.

 

 

Con il termine land art si indicano, solitamente, quelle operazioni artistiche che modificano il paesaggio in un’opera d’arte naturale, ma Strade di Vini vuole esaltare soprattutto l’aspetto sociale dell’arte, parliamo quindi di Social Land Art; qual è l’importanza di un processo creativo in cui gli artisti collaboreranno direttamente con produttori, abitanti, viticoltori, giovani e studenti?E quali risultati si possono ottenere da un processo di co-creazione come questo?

Io direi che si tratta di processi che riguardano dinamiche particolarmente rilevanti su diversi livelli, quelli che nascono da questo incontro e che generano reti relazionali a partire dalle quali il territorio si trasforma da luogo geografico in medium, in luogo di incontro in cui si realizza una relazione che annulla la distanza che separa, nella comunicazione, l’emittente dal ricevente. In questo scenario complesso e multiforme, vengono messi in questione una serie di concetti come il ruolo dei territori rurali nei processi della modernità oppure termini che spesso consideriamo semanticamente ovvi, come l’identità e la comunità.

Ci si chiede per esempio se l’identità sia un concetto statico e chiuso legato a un patrimonio concluso che appartiene al passato e al quale si guarda con un atteggiamento nostalgico o se invece essa si generi piuttosto nel dinamismo degli incontri, delle migrazioni non solo dall’esterno verso il territorio, ma anche dal territorio stesso verso i luoghi metropolitani, in un movimento incessante che riguarda non solo i corpi, ma anche le culture e le idee, su scale diverse, dal livello locale a quello planetario.

O ancora, la messa in questione di un termine come comunità: cosa significa oggi esserlo, segnatamente in un’area rurale come quella di Castelvenere? E la comunità, parafrasando le parole di Jean–Luc Nancy, è un’opera da fare o un dono da innovare e comunicare? L’arte, aprendo spazi di sperimentazione relazionale liberi, determinati dall’incontro degli artisti con chi abita i luoghi, diventa un dispositivo critico che mette in discussione ed arricchisce il dibattito attraverso ciò che di inatteso, di imprevedibile si genera nel corso di questi processi di scambio.

 

Strade di Vini vuole essere un progetto che interpreta le condizioni in atto e che guarda alla peculiarità del territorio con tutte le sue valenze tradizionali, culturali, paesaggistiche e artistiche, per lanciare la cosiddetta innovazione territoriale. Quali sono le modalità e i mezzi attraverso cui realizzare tutto questo?

Saremo in grado di generare e di co-creare processi innovativi nelle aree rurali se riusciremo a ripensare la modernità alla luce della ruralità, riconfigurando il ruolo centrale dei territori rurali rispetto al pensiero dominante della cultura cosmopolitana e urbana. La ruralità deve riuscire a recitare un ruolo attivo e non residuale nell’ambito di queste dinamiche.

È un discorso che vale non solo dal punto di vista economico e segnatamente delle risorse alimentari, se consideriamo per esempio il fatto che i territori rurali hanno da sempre rappresentato un bacino di produzione di derrate alimentari da immettere nei circuiti della distribuzione di massa, ma anche nei termini di una ruralità da considerare come una vera e propria risorsa esistenziale, pensando agli spazi di sostenibilità sui quali essa insiste.

Tutto ciò può avvenire solo nel caso in cui queste aree riescano ad acquisire una consapevolezza critica legata a una rilettura dei processi sociali, culturali, economici e politici che avvengono al loro interno e al rapporto che si genera tra esse e i centri di potere che tendono a marginalizzarle come aree interne, considerandole come semplici appendici delle dinamiche di quello che viene definito come sviluppo in senso capitalistico.

 

“Se ecologico nelle scienze sociali significa unione e connessione di tre piani, il soggetto, la relazione con l’altro e l’ambiente circostante” come tutto questo può incidere su un territorio e una comunità come quella di Castelvenere?

Vorrei fare una riflessione sulla connessione di cui si parla a proposito della definizione di “ecologico” nelle scienze sociali, ponendo l’accento sul fatto che all’interno delle comunità locali, soprattutto nelle giovani generazioni, va marcandosi oggi uno iato rispetto al patrimonio delle culture e delle tradizioni di cui le aree rurali di provenienza sono portatrici.

Uno scollamento che investe diversi livelli tra cui, non ultimo, quello affettivo.

È un fenomeno che si radica all’interno di una prospettiva in cui le aree rurali vengono interpretate come la proiezione della realtà urbana dal momento che esse, non solo in Italia e in Europa, ma anche nel Sud del mondo, si sono sostenute su una serie di linguaggi che siamo abituati a considerare come propri delle culture urbane, come quelli del digitale, ma andando più indietro potremmo fare lo stesso ragionamento per la tv, il telefono e così via.

L’adesione acritica e per certi versi anche inevitabile a certi modelli alimentati da questi linguaggi provoca un distacco in termini di affettività rispetto al territorio di provenienza, una separazione che va ricucita attraverso un’azione culturale mirata a dare consapevolezza dei giacimenti di risorse che i territori rurali posseggono anche se queste risorse appaiono quasi inevitabilmente invisibili. In realtà, queste risorse sono a portata di mano sui territori e vanno attivate e recuperate.

In questo senso va invertito il processo in base al quale chi ritorna nel territorio di origine dopo un’esperienza in città avverte come il peso di un fallimento, anzi questo ritorno può diventare un vero e proprio valore per i giovani delle zone rurali d’Italia, cioè non il marchio evidente di chi non ce l’ha fatta, ma l’attivazione di un percorso virtuoso da parte di chi si allontana dai territori rurali, acquisisce conoscenze in ambito metropolitano e torna a reinvestire e ad arricchire il proprio territorio su diversi livelli, alimentando quel processo che l’antropologo Vito Teti definisce come “restanza”.

 

 

 

 

Strade di Vini si pone l’obiettivo di ricostruire la scenografia identitaria del comune di Castelvenere in modo nuovo, strategico e contemporaneo.

In tal senso che ruolo possono avere i new media e in particolar modo i social media? E in che modo è possibile sfruttare tali strumenti per aumentare la visibilità della comunità locale ed incrementare anche l’economia vitivinicola?

L’avvento delle nuove tecnologie di comunicazione ha profondamente trasformato la percezione del territorio nell’epoca postglobale contemporanea. Si tratta di un fenomeno ben rappresentato da Franco Farinelli che lo descrive, icasticamente, attraverso il cambiamento del paradigma geografico dal piano monodimensionale della mappa (ormai anacronisticamente appartenente al mondo moderno) alla superficie curva del globo terrestre, che è il simbolo delle infinite reti di comunicazioni attive ed operanti in tempo reale nella contemporaneità.

In questo contesto, gli strumenti utilizzati per attivare ed esperire relazioni all’interno dell’infosfera rappresentano degli elementi preziosi per descrivere un territorio rurale. L’universo digitalizzato nel quale viviamo quotidianamente può essere ormai rappresentato come un dominio di narrazioni complesse in cui le tecniche di racconto di storie, lo “storytelling”, diventano potenti mezzi che possono essere utilizzati per dare nuova luce agli elementi che caratterizzano la storia e la cultura, ma anche l’economia dei luoghi rurali: in senso specifico l’identità, le tradizioni, il paesaggio e così via. È una prospettiva in cui i media digitali diventano parte integrante di un processo in cui la collaborazione, la partecipazione e l’interazione contribuiscono a ridefinire le pratiche creative della società stessa con la conseguenza che i territori rurali acquistano una nuova luce.

Guardare questo processo da un punto di vista privilegiato, cioè quello dei territori e delle comunità marginali o di confine può offrire importanti chiavi di lettura per aiutarci a ripensare criticamente dinamiche e meccanismi sociali, economici, politici e culturali del digitale e per individuare nuove prospettive di sostenibilità nell’epoca interattiva, collaborativa, partecipativa, ibrida dell’infosfera.

È un discorso che vale a maggior ragione per un territorio come quello di Castelvenere chiamato, seppure in una dimensione di scala locale ed estremamente piccola, a prendere parte, come tanti altri luoghi rurali, ad una serie di processi di scala planetaria, dando valore alla vocazione vitivinicola della sua cultura e della sua economia ed infrangendo la logica che solo la città dirige lo sviluppo e il mondo rurale è residuale o in ritardo rispetto a questo sviluppo.

 

 

Le interazioni sui social network che tipo di cambiamenti possono apportare in una comunità come quella di Castelvenere dove tradizioni, storia locale e tipicità produttive sono l’elemento di forza?

Tra i fenomeni innescati dall’uso massivo dei media digitali, in un contesto in cui tendiamo ormai ad essere “always on”, ovvero sempre connessi, c’è anche quello in cui si tende ad adoperare per default le tecnologie remote in situazioni anche locali dove sarebbe più facile avere degli scambi di persona incontrandosi fisicamente.

Si tratta di un processo descritto molto bene da Douglas Rushkoff e che ovviamente si riproduce con dinamiche simili a tutte le latitudini, anche nelle comunità rurali come quella di Castelvenere. Al di là di una mera analisi di tipo sociale sull’uso di questi strumenti, credo che non si possa però eludere il tema del loro uso critico, soprattutto in riferimento alla didattica, se si considera il grave silenzio della scuola sull’argomento.

Il paesaggio tecnologico, in cui quotidianamente viviamo e che fa da sfondo alle nostre relazioni, è contraddistinto sempre di più da un’ipertrofia narrativa che influenza profondamente gli stili cognitivi dei nativi digitali mettendoli di fronte a un remix continuo di pratiche e contenuti costruiti attraverso media, interfacce, strumenti diversi e sempre più complessi.

Accostarsi a questi processi in maniera consapevole e critica, rappresenta una sfida ineluttabile per l’intero sistema educativo ed è anche su questo tema che intendiamo richiamare l’attenzione in occasione di Strade di Vini, attraverso il workshop del collettivo svedese Kultivator che lavorerà con una dozzina di studenti delle scuole locali e del comprensorio telesino. In quello che sarà un vero e proprio laboratorio, gli artisti guideranno i ragazzi alla riscoperta del proprio territorio secondo una prospettiva in cui si intersecano il passato e il futuro, la tradizione e l’innovazione, la percezione sensoriale e la traduzione culturale.

L’obiettivo è quello di costruire un ponte tra i giovani, il territorio e le nuove tecnologie, dando rilievo a un repertorio di temi che vanno dallo sviluppo delle aree interne all’uso critico dei nuovi media, dalla conoscenza dei codici linguistici del digitale all’acquisizione di nozione tecniche dell’audiovisivo che stanno alla base delle narrazioni transmediali dell’infosfera in cui i giovani sono immersi: mi riferisco soprattutto al web e ai social media. L’idea è che questo tipo di approccio possa essere poi utilizzato per costruire in futuro un inventario di una serie di temi e di questioni su cui concentrarsi per sviluppare progetti e visioni future del territorio di Castelvenere.

 

 

 

 

 

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